VACCINI: De Niro fa la cosa giusta. Boccia il film antivaccini

Il documentario del medico che ha inventato il legame tra vaccini e autismo non sarà proiettato al Tribeca Film Festival. Quel messaggio ha una grande colpa: aver fatto di genitori normali dei convinti antivaccinisti.


a cura di Giovanna Dall’Ongaro, 30 Marzo 2016

baby_cryingQui l’arte non c’entra. Il tanto discusso documentario di Andrew Wakefield “Vaxxed: from cover-up to catastrophe” (“Vaccinati: dall’insabbiamento alla catastrofe”) è stato, alla fine, escluso dalla programmazione del Tribeca Film Festival (a New York 13-24 aprile) per ragioni che hanno a che fare più con la scienza che con il cinema. È lo stesso direttore Robert De Niro a spiegare che il suo ripensamento si deve al contenuto dell’opera e non alla forma.

«Non credo che il film possa contribuire alla discussione come avevo sperato», ha dichiarato al New York Times. De Niro, padre di un ragazzo autistico di 18 anni, avrebbe voluto attirare l’attenzione sul problema vissuto da tante famiglie. Giusto il fine, ma sbagliati i mezzi: Andrew Wakefield, l’autore del documentario, è l’inventore della famosa e deleteria teoria sul legame tra il vaccino trivalente (morbillo, rosolia e parotite) e l’autismo. Smentito dalla comunità scientifica e radiato dall’albo per aver sostenuto la sua tesi con prove false, Wakefield è stato così nuovamente messo a tacere. Ed è stato un bene. Con la proiezione di quel documentario De Niro si sarebbe macchiato di due colpe che difficilmente la comunità scientifica gli avrebbe perdonato: oltre a impedire una corretta e necessaria informazione sull’autismo avrebbe ulteriormente alimentato le paure dei genitori verso i vaccini responsabili già di tanti danni in America come in Europa.

È per questo infatti, proprio per i sospetti cresciuti in tante famiglie comuni, che, secondo una recente analisi dell’Economist, molti paesi occidentali si ritrovano ben al di sotto del livello di vaccinazioni contro il morbillo raccomandato dall’OMS.

Il cosiddetto “effetto gregge”, grazie al quale anche chi non si vaccina può godere degli effetti dell’immunizzazione, si ottiene quando il vaccino viene effettuato su percentuali consistenti della popolazione (circa il 95%). Nella mappa pubblicata dall’Economist sono evidenti i dati del paradosso: paesi poveri come l’Eritrea, il Ruanda e lo Sri Lanka riescono a vaccinare quasi tutti contro il morbillo, mentre l’America, l’Inghilterra, la Francia e l’Italia restano al di sotto dell’immunità di gregge.

Perché siamo arrivati a questo punto? Di chi sono le colpe? Sono in molti a puntare il dito contro i cosiddetti “antivaccinisti”, fieri difensori di scelte radicate in qualche rigido dogma. La lista è all’apparenza piuttosto lunga: ci sono gli Amish fermi al XVII secolo che rifiutano tutte le medicine moderne, i vegani che non assumono nessun farmaco realizzato con prodotti derivati dagli animali, i seguaci della Chiesa Olandese Protestante Riformata convinti che le malattie arrivino per volontà divina e come tali debbano essere accettate e gli steineriani, i sostenitori dell’Antroposofia teorizzata da Rudolf Steiner, sicuri del potere rinvigorente dei virus, capaci di temprare il corpo e la mente dei bambini.

In tutte queste comunità i genitori si rifiutano di vaccinare i figli, per qualunque malattia. È il fronte più integralista degli “antivaccinisti”, tenacemente contrario a ogni tipo di immunizzazione. Ma, secondo quanto riporta l’Economist, non sono loro il problema. Nella maggior parte dei paesi questa tipologia riguarda al massimo il 2-3 per cento dei genitori. Del calo delle vaccinazioni sono invece responsabili quelle madri e quei padri piuttosto comuni, molto meno faziosi, estranei a qualunque setta.

«Il problema più grande è rappresentato dal numero crescente di genitori che ritardano la vaccinazione o scelgono quale accettare e quale no», si legge sulla rivista inglese. Nei paesi occidentali si calcola che a pensarla così sia un quarto dei genitori, un numero capace di provocare i danni a cui abbiamo recentemente assistito: l’anno scorso con circa 4.000 casi di morbillo l’Europa ha visto fallire clamorosamente l’obiettivo di debellare definitivamente la malattia fissato nel 2010, mentre l’America che nel 2000 sembrava esserci arrivata si è ritrovata lo scorso inverno a dover affrontare la pericoloso epidemia scoppiata a Disneyland e diffusasi rapidamente in sette Stati.

Chi compie questo tipo di scelte lo fa generalmente per i seguenti motivi: ritiene che il carico delle vaccinazioni nella prima infanzia sia eccessivo per il sistema immunitario di bambini così piccoli e che possa interferire con il corretto sviluppo delle difese naturali. Inoltre, si legge sull’Economist «molti sono stati scossi dall’annuncio, più tardi smentito, che ci possa essere un legame tra il vaccino trivalente per morbillo rosolia e parotite e l’autismo». Ben venga quindi il ripensamento di De Niro.

Anche perché sembra che di fronte a questo tipo di scettici, più numerosi rispetto agli antivaccinisti oltranzisti e difficilmente etichettabili non c’è strategia che funzioni. Rendergli la vita difficile non fa altro che inasprire l’ostilità. Almeno così sembra guardando alle esperienze della California dove la vaccinazione dei figli è diventata un requisito per accedere a scuola, o della Germania dove ai papà e alle mamme che disertano l’appuntamento con la vaccinazione viene imposto un colloquio obbligatorio con un medico, o dell’Australia dove con la campagna “no jabs, no pay” vengono automaticamente tagliate fuori dai benefici economici le famiglie con bambini non vaccinati. Tutto ciò, dice l’Economist, non serve a molto. E la differenza non la fanno neanche le leggi. Paesi in cui esiste l’obbligo hanno le stesse percentuali di vaccinati dei paesi dove la scelta è libera.

Meglio cambiare metodo. Heidi Larson della London School of Hygiene and Tropical Medicine punta sull’empatia: le ragioni dei genitori scettici vanno comprese prima di essere smontate. Molti paesi stanno cambiando infatti il tono delle loro campagne di informazione, mostrando maggior rispetto per chi la pensa diversamente. Un altro sistema, leggiamo sempre sull’Economist, è quello di seguire le tracce delle discussioni su Internet, intervenire e confutare con linguaggio chiaro e pacato una dopo l’altra tutte le opinioni che viaggiano in Rete.

Tenendo presente però che i social network contano fino a un certo punto e che i medici sono molto più influenti. È a loro che i genitori, alla fine, danno veramente retta. Ed è proprio questo il problema: una ricerca condotta nel 2014 ha dimostrato che tra il 16 e il 43 per cento dei pediatri francesi non raccomanda ai genitori di vaccinare i figli. Se i dottori diventano scettici quanto i pazienti, la questione si fa seria. E a quel punto diventa difficile, conclude l’articolo, continuare a dare la colpa di tutto ai genitori ignoranti.


FONTE: www.healthdesk.it

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