Gli italiani? Un popolo di pantofolai

La tuta e le scarpe da ginnastica vengono scelte per stare comodi in casa e non per fare jogging. I dati parlano di un’epidemia di sedentarietà che mette a rischio la salute di tutti, ma soprattutto di chi soffre di diabete


tv-watchL’apparenza inganna. Non bisogna farsi ingannare dalla tuta o dalle scarpe da ginnastica: l’abito non fa il monaco e l’abbigliamento sportivo non fa l’atleta. La scelta è per lo più dettata dalla comodità. Tra i programmi di chi sfoggia il look perfetto per fare ginnastica c’è più spesso una serata davanti al televisore che un’ora di jogging. Il 40 per cento degli italiani, secondo i dati del Coni, ammette di condurre una vita sedentaria: 23 milioni di inattivi che preferiscono di gran lunga le poltrone alle palestre.

Uno stile di vita che stona molto con i tapis roulant, le cyclette, gli allenatori e l’aria di fitness che si respira al Runfest 2016 – La città del benessere” (Roma 29 maggio-2 giugno) promossa dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera (Fidal) al Foro Italico. Ed è proprio lì negli ambienti dove battono i cuori degli atleti che la Fidal in collaborazione con il Coni ha voluto presentare il volume “Diabete di tipo 2 e attività fisica: dalle evidenze scientifiche all’applicazione pratica”. Un manuale di approfondimento con programmi di esercizio fisico indicati per le persone con diabete di tipo 2. Che possa aiutare anche i medici a prescrivere e applicare in maniera efficace e sicura, gli allenamenti giusti per una persona con diabete di tipo 2.

«L’attività fisica regolare riduce il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 nei soggetti con intolleranza al glucosio e riduce le complicanze macrovascolari associate al diabete», sostiene Stefano Balducci, presidente dell’Associazione Fitness Metabolica Onlus e coautore del libro. «L’Aerobic Centre Longitudinal Study, per citarne uno, ha dimostrato come la mortalità per eventi cardiovascolari nell’arco di 12 anni fosse inferiore del 60 per cento nei soggetti con una fitness cardiorespiratoria medio–alta, ovvero in persone che fanno esercizio fisico regolarmente, e del 40 per cento nei soggetti attivi rispetto ai sedentari».

Ma gli italiani si tengono a debita distanza dalle attività sportive. I dati del’Istat sulla sedentarietà ricordano quelli di un’epidemia: solo il 21,9 per cento dichiara di praticare attività sportiva in modo continuativo, il 9,2 per cento in maniera saltuaria, mentre il 29,7 per cento dichiara di fare qualche forma di attività fisica come passeggiate di almeno 2 km, nuoto, andare in bicicletta o svolgere altre forme di attività motoria.

Eppure le prescrizioni delle attuali linee guida sono chiare: chiunque, con diabete o no, dovrebbe svolgere attività fisica regolarmente tre volte a settimana. Correre, nuotare, giocare a calcio? Cosa consigliano gli esperti?

«Non solo le attività aerobiche quali il cammino, il nuoto e la bicicletta, ma anche l’allenamento di forza, mediante sollevamento di pesi liberi o l’utilizzo di macchine specifiche, producono effetti positivi sulla salute e in particolare sul controllo glicemico e sui fattori di rischio cardiovascolare – dice Silvano Zanuso, Research & Communication manager di Technogym e visiting professor in Clinical Exercise Science presso l’Università di Greenwich, Londra». Anche se i singoli allenamenti hanno un impatto positivo, i vantaggi duraturi si hanno quando l’attività fisica entra a fare parte dello stile di vita.

Poca voglia di muoversi e tante scuse pronte. Così gli italiani rimandano l’appuntamento con lo sport perché sono troppo stanchi, o non hanno tempo, o ancora perché non sanno dove andare a correre o a camminare.

Quando nel quartiere in cui si vive mancano i parchi, le aree attrezzate e le piste ciclabili diventa ancora più difficile abbandonare il divano.

Proprio per risolvere questo problema sono nati i progetti di urban health e in particolare Cities Changing Diabetes, l’iniziativa lanciata da Steno Diabetes Center, University College of London e Novo Nordisk con l’obiettivo di evidenziare il legame fra il diabete e le città. Perché anche gli urbanisti possono avere un ruolo chiave nella prevenzione del diabete.


FONTE: www.healthdesk.it

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